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Storia di Catania

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La Città e la Provincia

Di Gesualdo Campo

La sciagura

D. O. M. / Ferma le piante, e leggi o passagiero / A. 9 di gen.° 1693 trema Catania a scosse / di fiero terremoto, e replicando all. 11 / del medemo con tutte, le sue grandezze / con 16 mila catanesi sepolta da sassi, / derelitta da vivi, derubata da ladri ri /  mane. In simil fato à fuggir le mura a ri /  covrarti nei campi, a custodir la / città questo marmo ti / insegni cossi viverai / an: do: 1693

 

Questa l’iscrizione, la sola non in latino e tra le prime delle nove cittadine che ricordano il terremoto del 1693, della lapide che, recuperata dalla demolizione dell’edificio precedente, campeggia sul prospetto del teatro Sangiorgi (1900) in via Antonino di Sangiuliano.

La tragedia aveva sfiorato la città non molto tempo prima: l’eruzione dei Monti Rossi del 1669 produsse una colata di quasi un miliardo di metri cubi che raggiunse una Catania spopolata per paura; deviata dalle mura cinquecentesche sino al bastione San Giorgio, presidio sud orientale, la lava si riversò in mare, la battigia avanzò di centinaia di metri, il porto fu invaso, la costa mutò l’andamento lungo il fronte urbano, circondato da un deserto fumante terra di nessuno. Colmati i fossati, l’Ursino non fu più “castello a mare” presidio del porto come i coevi di Augusta e Siracusa. La città fu risparmiata, la popolazione vi fece ritorno e numerosi profughi vi cercarono asilo dai distrutti paesi del versante meridionale dell’Etna, le cui terre invase dai basalti non furono coltivabili per decenni.

Non così nel 1693: le scosse della sera di venerdì 9 gennaio causarono una decina di morti e ingenti danni al patrimonio edilizio, procurando allarme nei cittadini ma non sufficiente, forse memori dello scampato pericolo di pochi lustri prima, per lasciare la città; con quelle del pomeriggio di domenica 11, sedicimila abitanti su diciannovemila, secondo fonti d’epoca, furono sepolti dalle macerie di Catania e dei suoi secoli di storia. Condivisero quella sorte le città del Val di Noto, interessato dal sistema di faglie ibleo maltese da cui originano i terremoti della regione, e molte del Val Demone, raggiunte dall’onda sismica, furono gravemente danneggiate.

Con non pochi contrasti, governo, nobiltà e clero si impegnarono, animati dalla volontà di autorappresentazione, ma anche di protagonismo a fianco di una popolazione afflitta da lutti e distruzioni, in un imponente progetto ricostruttivo unitario, tendente a inserire la nuova Catania nei più aggiornati circuiti culturali europei, offrendole una rinnovata memoria storica e una nuova identità di carattere non più o non soltanto localistico, che trasformò la catastrofe in una grande occasione di riscatto economico e sociale delle popolazioni interessate.

 

Il riscatto

Uno stato cattolicissimo, con le parentesi savoiarda (1713-1718) e austriaca (1718-1734), una aristocrazia feudale e una chiesa controriformata, da centocinquanta anni impegnata a trattenere i fedeli dalla deriva protestante anche, forse soprattutto, attraverso l’arte, l’architettura, i corredi ecclesiali: le grandi volte affrescate, metafore del paradiso, e i numerosi culti domestici di angeli, beati e santi avevano moltiplicato l’iconografia e la produzione artistica all’interno della chiesa post tridentina a pianta basilicale a croce latina con cappelle e altari laterali, luogo della mediazione ecclesiastica per la redenzione, in cui grandiosità architettonica, ricchezza degli apparati figurativi e fasto liturgico erano elementi di suggestione psicologica sui fedeli, in antitesi al rapporto individuale diretto tra coscienza e fede e alle spoglie chiese della riforma protestante.

La cultura barocca, sulla spinta controriformatrice, aveva portato nel Seicento la Sicilia al passo con l’Europa, consentendole di ammortizzare il “ritardo” determinato, rispetto all’arte occidentale, dalla appartenenza per secoli all’oriente prima bizantino e poi musulmano. Le città più importanti si erano rinnovate: Palermo rettificando l’antico Cassaro e realizzando l’ortogonale via Maqueda e al loro incrocio il Teatro del Sole; Messina proiettandosi sul mare sostituendo il fronte murario con una grande palazzata di edifici civici e gentilizi. Non altrettanto Catania, colpita da una crisi economica che aveva spinto il Senato nel 1652 a dismettere gli estesi e fertili possedimenti cittadini pedemontani.

La ricostruzione settecentesca di decine di città della Sicilia sud orientale consente di concretizzare l’architettura e l’urbanistica barocche su scala territoriale, dispiegandone il potenziale senza compromessi col passato, diversamente dalle grandi trasformazioni urbane del secolo precedente parziali e di effetto contraddittorio perché operate su città storiche dal tessuto consolidato: a Catania, sulla matrice angolare del Palazzo Senatorio, definita nel Piano della Cattedrale dalle vie Uzeda e S. Francesco, ora Etnea e Vittorio Emanuele, l’isolato torna a essere, quasi come nella città ippodamea, modulo di una trama urbana di strade rettilinee, qui scandite da piazze ove la popolazione possa raccogliersi in sicurezza in caso di sisma, la cui ortogonalità è derogata in rapporto al dato orografico, come nel caso della collina di Montevergine, e alla articolazione delle mura cinquecentesche e del seicentesco Fortino rimasti pressoché integri e che mantengono nel piano di ricostruzione, messo a punto dal luogotenente regio Giuseppe Lanza Duca di Camastra con Senato e Clero, una residuale valenza militare.

I soggetti sono Stato, aristocrazia e Chiesa ma Catania rinasce aperta e borghese e propone gerarchie spaziali fra pubblico e privato non più esterne all’architettura: nella città storica la ramificazione viaria raggiungeva la porta di casa, in quella nuova strade parallele e perpendicolari, potenzialmente illimitate, conducono agli androni degli isolati e da qui a cortili, scale, pianerottoli e, infine, agli alloggi, definendo il carattere collettivo della residenza; con eccezione degli assi principali, le strade si equivalgono, inducendo l’equivalenza dei prospetti e l’utilizzo dei piani terra, liberi da ingressi domestici, per negozi, botteghe e laboratori artigiani, così attribuendo carattere commerciale alla città.

Le urgenze ricostruttive e l’esigenza di conforto ad una popolazione stremata escludono un linguaggio innovativo e spingono a reinterpretare forme e stilemi precedenti, innovandoli più in provincia che nella città capoluogo, in cui l’accademia prevale sulla sperimentazione: mentre sul finire di quel secolo e in gran parte per mano italiana S. Pietroburgo, fondata nel 1703, evolverà neoclassica, a Catania le nuove architetture palaziali proporranno ancora nel successivo la cifra michelangiolesca, quelle religiose perlopiù la berniniana nelle chiese diocesane e di ordini secolari, e la borrominiana nelle monastiche e nelle capitolari, spesso per mano di uno stesso architetto.

Le deroghe ai regolamenti della ricostruzione, operate da clero e aristocrazia ostentando potenza, arricchiscono straordinariamente la morfologia urbana: era vietata la sopraelevazione di strutture esistenti, ma Vescovato, Seminario dei Chierici e Palazzo Biscari, per l’esigenza simbolica di sollevarsi dalla via pubblica ed essere visti dal mare, sono costruiti sulle mura costiere, come, sul fronte monte, la chiesa di S. Agata al Carcere;

i fronti edilizi dovevano garantire sezioni costanti alle strade, ma quelli di via Crociferi, la strada dei conventi, sono interrotti da scalee e convessità di prospetti di chiese che plasmano e teatralizzano lo spazio urbano; erano vietati i sovrapassi di strade pubbliche, le cui macerie in caso di sisma avrebbero ostacolato la fuga, ma i plessi benedettini della Badia Grande e della Badia Piccola sono collegati da un ponte edilizio che attraversa quella via in prossimità di piazza S. Francesco all’Immacolata, confinandola, unica in città, fra questo arco d’accesso e a monte il portale di Villa Cerami.

Grandiosi complessi architettonici, il Monastero di S. Nicolò e il Palazzo Biscari, decorati da maestranze artistiche messinesi, assolvono la funzione di proiezione europea della nuova Catania con iniziative culturali di grande respiro: sulla scia dell’apertura nella Roma pontificia dei Musei Capitolini (1734), prima istituzione museale pubblica, intorno alla metà del secolo gli abati ordinano nel Museo Benedettino le collezioni di archeologia, arte e storia naturale, raccolte acquistando nei mercati antiquari delle capitali italiane, e il principe Ignazio Paternò del Castello, collezionista di antiquaria e naturalia, nel 1758 apre il Museo Biscari, il primo privato fruibile dal pubblico (le collezioni borboniche del Louvre avrebbero dovuto attendere il 1793).

In questa dinamica s’inserisce un quarto protagonista, la popolazione più che triplicata, dai 14.000 degli anni dieci ai 45.000 dei quaranta, per l’immigrazione di migliaia di persone ai cui bisogni abitativi governo, aristocrazia e chiesa non possono dare adeguate risposte. La regola ricostruttiva è però fortissima e i nuovi cittadini non la derogano, ma la piegano ai modelli insediativi agresti di cui sono portatori: le espansioni spontanee si sviluppano sulla trama di isolati, che si articolano non più in cortili e corpi scale, ma in minuti tessuti di piccole case a schiera, come in ambiente rurale.

Questo l’irreversibile portato innovativo della Catania ricostruita: la città borghese, commerciale, aperta e colta, di crescita tendenzialmente illimitata, con un centro rappresentativo e quartieri residenziali subalterni, in grado di metabolizzare ogni interna o esterna contraddizione sociale o fisica, confermata in tutte le opzioni urbane del XIX secolo e preludio della metropoli del XX.

 

Patrimonio dell’umanità

 La dichiarazione con cui l’UNESCO, nel giugno 2002, ha inserito il tardo barocco della ricostruzione della Sicilia sud orientale, esemplificato da fabbriche e tessuti urbani di Catania, Caltagirone, Militello Val di Catania, Noto, Palazzolo Acreide, Ragusa, Modica e Scicli, nel Patrimonio dell’Umanità - riconoscendo successo e merito a quel progetto ricostruttivo, che ancora proietta effetti di lungo periodo, e avviando un processo di ricomposizione culturale e istituzionale di un territorio, il Val di Noto, amministrativamente diviso in tre province di comuni radici sicule e magno greche - non ravvisa, però, la rispondenza dei siti al secondo dei cinque criteri adottati per le iscrizioni, ovvero la “considerevole influenza nello sviluppo dell’architettura, delle arti e dell’urbanistica” (v.: Lucia Trigilia, La Valle del Barocco, Catania 2002, p. 152), che invece ne costituisce, in specie per Catania, il retaggio più rilevante, per l’innovazione tipologica dell’isolato come residenza collettiva e per quella morfologica della trama ortogonale a carattere commerciale.

 

La provincia

(exempla a ritroso tra Etna e Valle dei Margi)

 

Madre Etna

Alcuni anni or sono la Provincia Regionale di Catania rese omaggio, alle Ciminiere, al vulcano che ne impegna oltre metà del territorio, con la mostra Etna mito d’Europa. Titolo significativo sotto i profili culturale, storico e geografico, ma forse non esaustivo rispetto all’unicità su scala planetaria del rapporto tra i dati naturale e antropico, che pure mostra e catalogo hanno documentato.

Nessun altro vulcano ha, infatti, invitato, determinato, vivificato, accolto e da sempre reso compatibile l’insediamento umano sulle proprie falde; storia e cultura della Sicilia e del Mediterraneo, come la più antica letteratura documenta, si radicano nei tempi più remoti attraverso l’Etna, che ne è anima pulsante.

Se ci interroghiamo sulla vocale elisa dall’apostrofo, registriamo che è una “a”, perché l’Etna è, crediamo, l’unico vulcano al mondo di genere/sesso femminile: moglie di Efesto e madre dei gemelli Palici, fertile, accogliente, nutritiva, protettiva, burbera forse ma mai cattiva: preavvisa quando s’infuria e permette ai propri figli, che la chiamano “la Montagna”, di mettersi in salvo con masserizie, arredi, beni mobili, Lari e Penati.

Perché, diversamente dagli altri vulcani italici, essa è in estensione tettonica e ha carattere prevalentemente effusivo, essendo sul bordo esterno dell’arco peninsulare che, tendendo a chiudersi per l’azione della zolla africana su quella europea, comprime quelli al suo interno, i maschi Vesuvio, Stromboli e Vulcano, che con le loro improvvise esplosioni sorprendono le comunità che improvvidamente li abitano con proditorii bombardamenti, a volte con armi di sterminio di massa, come la nube rovente che nel 79, fermando tempo e azioni, seppellì Ercolano e Pompei.

 

Il Carpineto

 Il 24 maggio è la Giornata Europea dei Parchi, in cui si celebra l’anniversario dell’istituzione della “prima” area protetta, nel 1909 e in Svezia; ricorrenza ufficiale e internazionalmente riconosciuta, ma infondata.

La prima area di cui è imposta la tutela, con Ordine del Real Patrimonio del 21 agosto 1745 firmato dal viceré Corsini, è quella dei boschi del Carpineto, con i castagni dei cento cavalli, in Comune di S. Alfio, e della nave, in Comune di Mascali, in territorio allora dell’Intendenza del Val Demone, ora della Provincia Regionale di Catania; l’Ordine, primo atto tutorio a carattere territoriale dalla bolla Cum almam nostram urbem con cui nel 1462 Pio II vietò lo spolio delle rovine romane, ha l’ulteriore peculiarità di attribuire, essendo relativo anche alla “conservazione di tutte le antichità di Taormina”, sin dalla prima metà del XVIII secolo, lo stesso criterio di valore ai beni culturali e a quelli ambientali (v.: Giuseppe Pagnano, Le Antichità del Regno di Sicilia 1779. I plani di Biscari e Torremuzza per la Regia Custodia, Siracusa - Palermo 2001, pp. 16-17), anche per tal verso documentando un protagonismo culturale e scientifico settecentesco, dall’Unità d’Italia misconosciuto dalla cultura ufficiale internazionale.

 

La Nunziatella

 Ancora a monte di Mascali, nella frazione Nunziata, si conserva un’altra misconosciuta preziosità etnea che racconta il periodo della conquista e della contea normanne, l’economia di guerra, la graduale trasformazione di un potere solo militare in politico e la progressiva e definitiva transizione dell’isola dalla sfera d’influenza dell’oriente prima cristiano e poi islamico a quella occidentale: la chiesetta della Nunziatella, sotto le cui mentite spoglie ottocentesche abbiamo ritrovato, nel 1985 in servizio presso la Soprintendenza per i Beni Ambientali, Architettonici, Artistici e Storici di Catania, quella di S. Giovanni de Ysigiro seu de Psycro vel Psoyero del cenobio basiliano super Mascalas, di cui si avevano tracce documentali ma “non elementi che ne consentano il riconoscimento” e che già esisteva nel 1131, quando fu sottoposto all’Archimandritato del SS. Salvatore in linguae phari di Messina istituito in quell’anno da Ruggero II sine ulla servitute a garanzia dell’autonomia, ma anche della separazione e poi dell’esclusione dai progetti regi, dei numerosi monasteri basiliani di Sicilia e Calabria (v.: Camillo Filangeri, Monasteri basiliani di Sicilia, Palermo 1980, pp. 14, nota 5, e 96, scheda E15).

 Avviata la ricerca documentale propedeutica al progetto di restauro, ci ha incuriosito la circostanza che il piccolo tempio, sebbene ricadente nella giurisdizione della Diocesi di Acireale, fosse di proprietà dell’Arcidiocesi di Messina, cui l’Archimandritato è unito dal 1886 per decreto di Leone XIII, e il cui archivio ha restituito il capitolato delle trasformazioni ottocentesche operate sul sacro edificio degradato da un mastro locale ad iniziativa di un devoto.

Il documento rinvenuto ci ha consentito di utilizzare le esigue risorse disponibili per un intervento mirato alla cauta rimozione di quelle trasformazioni, attraverso il quale sono tornati visibili le murature originarie, le strette feritoie di una chiesa munita e piccoli varchi ogivali laterali, il primitivo rustico basolato pavimentale a taglio di cava, come in stalla, e straordinari affreschi bizantineggianti ben conservati sotto uno spesso strato di intonaco: nel catino il Pantocrator, da esclusivi toni rossi, e nell’abside un coro di angeli e santi. L’abbassamento del piano di campagna del terreno limitrofo all’uopo espropriato ha restituito le strutture di base dell’antico cenobio, rendendo però necessari contenimenti a monte, che hanno impegnato un secondo lotto di lavori, rinviando il prosieguo di quelli sul monumento.

La chiesetta, che l’Arcivescovo e Archimandrita di Messina, attenzionata la circostanza proprietaria a seguito degli importanti ritrovamenti, ha donato alla Diocesi acese e, attraverso questa, alla comunità di fedeli che potrà tornare a frequentarla quando il restauro sarà finalmente concluso, va riferita al periodo di Ruggero I che, operando pur sempre nel segno della Croce, ma in ambigua equidistanza dalle chiese di Roma e Costantinopoli, a ridosso dello scisma d’oriente del 1054, costituiva diocesi latine nelle città demaniali e affidava, per carenza di propri ministeriali, la gestione dei territori conquistati agli abati basiliani di rito greco: egli fondò nella capitale provvisoria Troina nel 1080 il primo episcopato latino e il primo monastero basiliano d’era normanna Sant’Elia di Ebulo.

Riteniamo che la costruzione sia da collocare ante 1092, anno dal quale, conclusa la conquista dell’isola, l’avvio di un periodo di pace avrebbe demotivato la difesa delle chiese dalle scorrerie del nemico, o comunque ante 1098, quando il Gran Conte, estorta a Urbano II per i regnanti di Sicilia l’unica Legatia apostolica in perpetuo (a cui Vittorio Emanuele II avrebbe rinunciato nel 1871 dopo la proclamazione di Roma capitale), parve optare per la cattolicità.

Tuttavia, solo quando nel 1139 Innocenzo II riconobbe la nuova monarchia, revocando la scomunica inflitta a Ruggero II, che nel 1130 si era fatto incoronare re di Sicilia dall’antipapa Anacleto II, il clero latino ebbe il definitivo sopravvento su quello ortodosso che, sine ulla servitute ma anche senza più protezioni e sovvenzioni regie, si avviò verso un lento inesorabile declino e i monaci della regola di San Basilio, i cui insediamenti hanno dato origine al monachesimo feudale nell’isola, cedettero il passo ai monaci benedettini inizialmente provenienti dal monastero Uticum di Saint Evroult sur Ouche in Normandia, dove i cinque figli di Tancredi d’Altavilla, che avrebbero conquistato l’Italia meridionale e la Sicilia, avevano ricevuto la formazione religiosa (v.: Francesco Basile, L’architettura della Sicilia normanna, in Storia della Sicilia, opera diretta da Rosario Romeo, vol. V, Napoli 1981, pp. 5-6).

 

Patria Valle dei Margi

Tra i tanti miti etnei, dalla forgia di Efesto nelle viscere della montagna a Polifemo accecato che lancia i faraglioni in rada di Acitrezza contro Ulisse e i compagni in fuga, dai Fratelli Pii alla morte di re Artù, quello dei divini gemelli Palici, figli di Efesto ed Etna (o di Zeus e Talia), è il più significativo: venerati quali garanti dei giuramenti, erano identificati nei laghetti ribollenti di Naftia, le cui acque decidevano della sorte del sospetto spergiuro a seconda che la tavoletta con l’iscrizione del giuramento in esse immersa si mantenesse integra o si corrodesse.

La mofeta dei Palici, pur oggetto di improvvida bonifica negli anni ’60, è ancora, in contrada Rocchicella in agro di Mineo, l’epigona manifestazione del vulcanismo etneo nella Valle dei Margi, unico luogo di Sicilia in cui è stata storicamente sperimentata l’indipendenza e in cui, con questa esperienza primigenia insinuatasi tra le Città Stato greche e l’Impero romano, è nata nella prima metà del V secolo a. C. l’idea portante della storia moderna, l’identità fra popolo e territorio attorno a una lingua e una religione comuni: le tribù sicule, raccolte in Lega da Ducezio di Menainon (odierna Mineo) in quel luogo a tutte loro sacro, sfidarono le poleis coloniali Siracusa e Akragas, che avevano cacciato o sottomesso i nativi, e per un decennio (461-451), tenendo loro testa militarmente, vissero l’esperienza di un proprio regno, con la prima capitale di fondazione della storia, Palikè, oggi zona archeologica attenzionata e protetta.

Soffocata per oltre sedici secoli, quella idea sarebbe risorta con la coalizione antimperiale dei Comuni lombardi costituitisi in Lega nel 1167, rinnovando i destini dell’occidente e proiettandosi sino alle attuali non sopibili istanze irredentiste di quei popoli di altre terre che non hanno ancora sperimentato indipendenza e democrazia.

 

Gesualdo Campo